Alfabeto globale, globalità di linguaggi

Vittoria Coen

E’ importante, ripercorrendo l’articolata carriera di Gaetano Grillo, ricordare che all’inizio degli Anni Settanta, l’artista si iscrive alla Scuola di Scultura di Alik Cavaliere presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.

Nonostante Grillo viva da tanto tempo a Milano le sue origini pugliesi permangono fortemente ancorate nell’universo simbolico fatto di segni, colori, visioni archetipiche, memoria storica, parte integrante di quella terra e di una certa mediterraneità che l’artista fonde nella sua ricerca con le esperienze concettuali più contemporanee e con la sua vita nella grande città.

Bisogna dire che prima di arrivare all’alfabeto “grillico” l’artista ha percorso, fin dall’inizio degli Anni Settanta, una strada concettuale che parte dal tema dell’”identità”, dai momenti a carattere evenemenziale (Visualizzazione del mio cordone ombelicale) a opere come Storia, capitolo 1 paragrafo 2, dove già nel ’72 appaiono lettere e numeri in progressione, a noti personaggi “in cerca di autore” di cui il lavoro Opera Piero e Pablo, sempre del 1972, mi colpisce particolarmente per la sintesi che diventa extratemporale tra due innovatori che si incontrano a distanza di secoli. Pittura, scultura, installazione nel senso più ampio del termine, sono create attraverso media funzionali al discorso di Grillo che, nello stesso tempo dichiara, ad esempio, lapidario, in una sua mostra personale: “Sono felice quando dipingo”, nel 1976.

L’opera monumentale che ha richiesto circa venti anni di lavoro, rappresenta la summa del mondo al quale Grillo fa riferimento. E’ un’opera che “viene da lontano”, ed è egli stesso che parla della scrittura cuneiforme, dell’alfabeto egiziano, della sua personale concezione di mediterraneità e di babele di linguaggi, una dichiarazione che porta con sé concetti come “contaminazioni”, “stratificazioni”, simboli, alchimie, segni apparentemente criptici e, aggiungo io, biomorfismi affascinanti e profondi.

Pur affermando da sempre il suo rapporto fisico con la materia, che sia pittura, che sia terracotta, che sia rapporto con la terra, è fondamentale capire che dall’origine e dalla storia, si arriva alla contemporaneità e a quel desiderio, espresso da più parti nel mondo intellettuale, quasi come una utopia, di trovare un linguaggio universale nell’attualità delle culture indistinte.

E’ un linguaggio che non sempre è facile da decodificare e, cosa, importante, possiede una sua forte personalità estetica. Millequattrocento tavolette di terracotta compongono un muro, che non è di separazione, bensì di “stratificazione culturale”. Le lettere determinano frasi compiute che ciascuno di noi “tenta” di interpretare, istintivamente, come desiderio di svelarne il significato.

Il valore che il senso della sequenza di lettere produce è efficacissimo anche nei più recenti monocromi in bianco e nero che, giocando su un apparente azzeramento e gioco positivo/negativo, suggeriscono un’evoluzione ulteriore nel ricco vocabolario di immagini che Gaetano Grillo ci regala.

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