Alfabeto interiore, alfabeto globale

Claudio Cerritelli

Intorno alla possibilità di inventare un personale alfabeto visivo è impegnato da qualche decennio Gaetano Grillo come un processo ininterrotto e indivisibile che congiunge pittura e scultura nell’ipotesi di una scrittura ambientale che vuol farsi impresa totale, sistema geroglifico espansivo, proliferazione sincronica di forme concepite come pagine generative del pensiero utopico.

Al di là della sua coerente attitudine teorica, Grillo è interessato alle dinamiche quotidiane del fare, all’atto sperimentale e al metodo costruttivo che qualifica l’alfabeto come sintesi tangibile di molteplici percorsi immaginativi, soprattutto quelli che sfuggono alla comprensione razionale slittando verso le soglie dell’ignoto. Le tavolette di terracotta che l’artista ha pazientemente realizzato e archiviato nel corso del tempo sono ispirate alla memoria di alfabeti antichi, arcaiche scritture d’ogni tempo, icone contaminate dai sentori espressivi della contemporaneità.

Si tratta di semi culturali di varie origini che nutrono l’immaginario mediterraneo dell’autore, genesi disseminata nel grande casellario parietale, mappa di simboli che designano nuovi nessi tra la terra e il cosmo, la materia e il caos, la misura del gesto e lo sconfinamento.   

Nella visione di Grillo l’arte è linguaggio intersoggettivo che comunica la dimensione collettiva della storia, esperienza stratificata del visibile che induce il lettore a esplorare le vibrazioni del segno attraverso i sommovimenti alterni della materia.

La sequenza modulare racchiude il divenire geometrico e figurale delle singole immagini, con varietà di rilievi plastici e forme incise che si stabilizzano nella luce monocroma del cotto, punteggiata da tavolette dorate per ogni lettera del nostro alfabeto.  L’andamento lievemente arcuato dell’estensione parietale indica la curva del tempo, la dimensione circolare del pensiero che si dilata all’infinito, oscillazione tra il significato criptico di ogni monogramma e l’allusione a molteplici correlazioni significanti.

Grillo inventa un numero considerevole di stilemi articolati con sapienza intuitiva nella ripetizione differente di variazioni spaziali che sollecitano il continuo rigenerarsi delle unità segniche, come se tutto dovesse ricominciare sempre daccapo. La qualità compositiva pone in equilibrio il peso e la leggerezza dei singoli nuclei, puntando sull’immediata evidenza dei loro caratteri formali, in quanto l’opera gioca sulle risonanze del flusso verbo-visivo ma anche sulla decodificazione dei significati iconici.

Si tratta di una necessaria decriptazione dei simboli che l’artista ha ordinato con precisione semantica nel suo nuovo alfabeto, metafora linguistica dell’insieme delle scritture incontrate e assimilate nel corso del tempo.

In tal modo, la messa in scena delle tavolette geroglifiche non risponde soltanto a una narrazione di tipo concettuale ma è soprattutto un impegno programmatico con cui Grillo si sottrae al dominio dei linguaggi immateriali, valorizzando l’identità del manufatto artistico, insostituibile strumento di affermazione della materia come corpo attivo e propulsivo del pensiero.

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